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#imprevisti

Alla vigilia del Natale 1915, tutto poteva aspettarsi Albert Einstein, tranne l’arrivo a casa di una lettera, spedita dal collega Karl Schwarzschild, che dal fronte, nel mezzo delle trincee, mandava le soluzioni alla recente uscita delle equazioni di relatività generale. Risposte del tutto impreviste, ma solo agli occhi di Einstein che leggeva, non alla mano di chi aveva scritto, Schwarzschild, la cui mente speculativa mai si era fermata, neppure dentro al bombardare interminabile della grande guerra. Così ci è dato oggi sapere, dal racconto che Benjamin Labatut fa della storia di Schwarzschild. Un pugno di calcoli inattesi, spuntati come fuori dal nulla. Questo aveva Einstein davanti a sé: motivo di turbamento e di profonda meraviglia.

La stessa sensazione avrebbe pervaso Berlioz, ad ascoltare la sentenza capitale pronunciata da uno straniero dall’aria bizzarra, tale dottor Woland, che agli stagni Patriaršie di Mosca, in un tramonto straordinariamente caldo della primavera 1918, blaterava di olio di girasole, di Annuška e di decapitazioni. Eppure, quel che sarebbe stato per Berlioz l’imprevisto fatale, si andava già preparando, passo dopo passo, a sua insaputa: perché Annuska camminava spedita, dopo che aveva comprato l’olio, quello su cui Berlioz sarebbe incautamente scivolato. Ancora quel misto di eccitazione e terrore si sarebbe poi ritrovato quella sera, racconta sempre Michail Bulgakov nel suo romanzo Il maestro e Margherita, nel direttore finanziario Rimskij, altro uomo stregato da Woland e compagnia, così come le signore e i signori accorsi al Teatro di Varietà. Lì, sul palco, al termine di una serie di prodigi, era sorta d’improvviso una strana boutique: una tenda, un istante, l’abito vecchio sostituito con l’ultimo grido alla moda. Rimskji avrebbe visto la massa sospirare all’apparizione della boutique, mettersi in fila titubante, passare dietro la tenda uno alla volta, gioire alla magia del nuovo look. Salvo poi ritrovarsi tutte e tutti, stupefatti, a urlare di vergogna nella notte moscovita, perché ridotti letteralmente in mutande, reggiseno e canotta: con Woland e compagnia erano spariti tutti i bei vestiti.

Eccoli gli imprevisti, che si preparano là dove i nostri occhi non notano, anche se vedono, là dove le nostre orecchie non intendono, anche se sentono, là dove il nostro corpo fa finta di nulla, anche se si trova nel mezzo degli eventi. Eccoli gli imprevisti, che arrivano a stravolgere consolidate abitudini e certezze troppo facili, con il loro vortice di rischi, dolori e, pure, opportunità.

Come carte da gioco che, coperte, nascondono il loro segreto, gli imprevisti sono tali soltanto per noi, sorprese o sorpresi al loro accadere: eppure, una volta che sono arrivati, è possibile dipanare il filo delle loro cause, ricostruire il loro lento prepararsi nel tempo. Intanto, però, siamo già alle prese con i loro effetti, con quel che di nuovo, nel bene o nel male, ci hanno lasciato.

Narrare imprevisti è, in sé, null’altro che un gioco, ma utile ad affinare i sensi, a guardare con più attenzione quel che avviene intorno a ognuna e ognuno di noi: un po’ per imparare a dare valore a ciò che spesso si trascura, un po’ per reagire nel modo migliore a ciò che, comunque, non si può prevedere. Perché la carta da gioco, ancora coperta, è come il gatto nella scatola di Schrödinger: solo al suo apparire ne conosci il reale valore. Prima sono tutte possibilità.

Giacomo Pedini, Direttore Artistico.

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