Tempietto Longobardo

Un esterno semplice, che quasi passa inosservato, seminascosto all’occhio del visitatore da edifici e giardini, un interno di sorprendente ricchezza e sovrabbondanza decorativa: il Tempietto Longobardo, unico in assoluto nel suo genere, è la perla nascosta di Cividale, splendida cittadina di antiche origini arroccata sulle sponde scoscese del fiume Natisone.

Le origini dell’Oratorio di Santa Maria in valle – così si chiama infatti quello che, da sempre, viene comunemente denominato Tempietto Longobardo – sono antichissime e risalgono all’VIII secolo, quando Cividale era sede del primo Ducato longobardo in Italia: l’edificio fu edificato in un luogo in cui – secondo i racconti popolari – sorgeva fin dall’età romana un tempio dedicato alla dea Vesta. Se la tradizione popolare – come a volte accade – ha dovuto in tempi recenti fare i conti con la scientificità della ricerca storica, e il riferimento ad un precedente luogo di culto pagano pare doversi relegare alla pura leggenda, è invece ormai certo che l’Oratorio sorgeva all’interno della Gastaldaga, il quartiere di diretta pertinenza dei reali Longobardi, in cui avevano dimora i loro diretti rappresentanti. Col passare dei secoli, la chiesa fu inglobata nel vicino Monastero Maggiore, convento di suore Benedettine, passato nel 1835 alle Orsoline.

Per visitare il Tempietto, oggi, bisogna scendere lungo dei caratteristici vicoli che dalla grande piazza su cui si affaccia il Duomo portano fino alle rocce sotto cui scorre – con le sue profonde acque di un incredibile azzurro cupo – il Natisone. È Borgo Brossana, uno dei più suggestivi quartieri di Cividale. Arrivati in piazzetta San Biagio, si oltrepassa un piccolo cancello e si percorre un breve sentiero a picco sul fiume, che porta dritto al portale d’ingresso.

All’interno, un’aula piccola e raccolta, a pianta quadrilatera, con le pareti rivestite da trecenteschi stalli in legno, sopra cui si stagliano, di un biancore sorprendente, sei alte e ieratiche statue femminili: in processione, queste splendide figure di donne realizzate in fragile stucco, si dirigono simbolicamente verso la finestra posta al centro della parete, da cui entra una sfera di luce, riferimento evidente alla lux vera della fede. Le statue più vicino alla finestra portano abiti monacali, le altri – con ricche vesti principesche – hanno sul capo la corona imperiale ed in mano quella del martirio.

Sotto le Vergini e le Martiri, un altro capolavoro modellato nello stucco decora quella che un tempo era la parete d’ingresso all’Oratorio: si tratta di un grande tralcio di vite, con grappoli e foglie, piegato a semicerchio per incorniciare la lunetta sopra il portale. Sorprendentemente naturalistico, l’Arco trafora la parete ed è delimitato da una cornice in cui un tempo erano inserite verdi gemme di pasta vitrea.

È sorprendente pensare che sopra queste fragili figure, sopra questi delicati grappoli d’uva in stucco – unici esempi di tale bellezza giunti fino noi dal periodo longobardo – sia passati senza lasciare traccia decine di secoli. Purtroppo quello che rimane ora è una modesta porzione della decorazione originaria dell’edificio, dal momento che già nel 1222 un terremoto ne fece crollare il tetto e la pioggia e l’inclemenza degli agenti atmosferici danneggiarono gravemente i decori delle altre pareti, mentre le due alluvioni del 1468 e del 1472 provocarono ulteriori danni al Tempietto.

Se lo schema dell’Oratorio e la sua decorazione rimandano ad analoghi precedenti illustri (quali ad esempio il Sacello di Santa Maria in valle a Roma, o la chiesa di Santa Maria Formosa a Pola, oppure ancora la chiesa di San Salvatore a Brescia, voluta dai re longobardi Desiderio ed Adelchi, in cui compaiono stucchi ad inquadrare le finestre), solamente un altro edificio longobardo è comunque veramente simile ad esso: si tratta del Sacello di Saint Laurent di Grenoble.