Prosa

Un approfondimento con gli strumenti del teatro di prosa non può riguardare il concetto formale e politico di “nazione”, ma solo quello sostanziale di “identità”, soprattutto in un momento storico in cui questa appare particolarmente vulnerabile.

Ci sono diversi fattori che hanno il potere di disgregare l’identità culturale (e dunque civile e morale) di un popolo. Il primo è la guerra , che ancora oggi continua a rappresentare una sciagurata costante del genere umano.

Quando un individuo viene spinto a uccidere, la sua identità morale quasi sempre si sgretola, come testimoniano i numerosi casi di traumatismo psichico nei reduci. L’odio indotto nei confronti dell’altro e la sua uccisione contraddicono e annullano l’intera storia evolutiva della razza umana.

Tre testi per riflettere su questo tema: “Guerra” di Lars Noren, “Goli Otok” di Renato Sarti e “Giochi di famiglia” di Biljana Srbljanovic. Qui la bestialità dell’esperienza bellica, l’esercizio dell’odio verso il nemico politico e l’induzione a praticarlo fanno esplodere l’identità morale delle persone.

In “Guerra” non esiste più alcuna coesione familiare, genitori e figli sono entità isolate, smarrite, pronte a ogni nefandezza per sopravvivere.

In Goli Otok le procedure atroci del lager hanno come fine specifico quello di demolire l’individualità dei prigionieri, il loro stesso sistema di pensiero.

In “Giochi di famiglia” dei bambini ( interpretati da attori adulti ) recitano per gioco il ruolo dei propri genitori: ne emerge un quadro di violenza, viltà, sopraffazione, la perdita assoluta di ogni coordinata morale.

Ma c’è un altro modo di vivere questa decadenza, ed è quello più meschino dei protagonisti dello spettacolo slovacco “Anime morte”. Un caseggiato popolare, i suoi inquilini, flash minimalisti e impietosi sul loro squallido quotidiano. Questi individui, usciti dalla lunga oppressione della dittatura comunista e scaraventati di colpo nel sistema consumistico dei falsi bisogni, navigano a vista in una nebbia incosciente della propria identità storica e morale, soffrendo un malessere cupo, ottuso, lontano persino dalla condizione dignitosa di un infelicità vissuta in modo consapevole. Inseguono piccoli edonismi da quattro soldi, applicazioni miserabili dei potenti modelli mediatici dell’Occidente.

Questa immoralità povera, scimmiottata, questa decadenza da periferia urbana si colora di grottesco nel confronto con l’immoralità incandescente e oltraggiosa, con la decadenza sublimata in estetismo della “Salomè” di Wilde riletta dal croato Damir Zlatar Frey. Alberto Arbasino direbbe: “non ci sono più i peccati di una volta, signora mia…”

Esistono altri confronti nel nostro programma. Quello fra le quattro scrittrici slovacche d’antan (“ E vi sussurreremo” ) indubbiamente trionfanti nella loro luminosa identità culturale, nei loro riti da enclave femminile pieni di grazia e di intelligenza. E le tre ragazzine russe di oggi (“Uno, due, tre!”) che Vadim Levanov ci descrive nel loro linguaggio povero, volgare, nella sciocca adorazione di un grande mito ( Kurt Cobain) che non appartiene certo a quella che dovrebbe essere la loro identità culturale. Qui il vuoto è abissale e porta a una morte insensata e stupida, per la quale si stenta persino a provare pena.

Dal femminile plurale al femminile singolare: i tre monologhi “Lady Gray”, “Ophelia” e “Das Kammerspiel” ci offrono un ulteriore confronto sul tema dell’identità. La giovane donna di Will Eno e l’Ophelia rivisitata da Marcin Herich esprimono un disagio esistenziale e uno squilibrio che hanno origine dall’incertezza sulla propria identità. La sopravvissuta alla Shoa di Daniel Call porta anch’essa dentro di sé una ferita aperta, ma la sua volontà di continuare a vivere e la sua resistenza morale nascono dall’orgoglioso senso di appartenenza alla propria identità ebraica.

L’ultimo confronto riguarda il lavoro dell’uomo. La giovane coppia di “ Tu non sei il tuo lavoro” è umiliata dalla precarietà, soffre quindi della mancanza di uno status di lavoratore da poter amare e nel quale identificarsi: è impaurita, insicura, al punto di negarsi il desiderio di un figlio. Il vecchio vignaiolo di “ Io sono il mio lavoro” è invece un uomo soddisfatto ed equilibrato. La sua vita è stata dura, faticosa, ma lui ha sempre amato il suo mestiere e oggi è fiero di averlo fatto bene.

Ne “Il Drago d’Oro” di Roland Schimmelpfenning l’identità personale sembra essere diventata un lusso che nessuno dei personaggi si può permettere, travolti come sono dallo scorrere cieco di un mondo affidato alla sola legge della casualità.

In “Show your face” dei Betontanc, “When I was dead” di Lubitsch – de Brea e “ La Modestia” di Spregelburd diretto da Luca Ronconi il tema dell’identità, della mancanza o dello scambio di identità personale e sessuale, diventa pretesto per un esercizio di abilità scenico-drammaturgica. In realtà sono tre spettacoli scelti soprattutto nel segno dell’eccellenza qualitativa. Tuttavia la loro intelligente leggerezza, la seduzione della loro ironia li accomunano alla fine in quello che è il dato identitario più singolare e prezioso dell’essere umano: la capacità di sorridere di se stesso.

Resta poi da segnalare nell’edizione di quest’anno la forte apertura internazionale: su un totale di 15 proposte ben 7 spettacoli e 13 autori sono stranieri, finestre spalancate sul mondo degli altri, identità culturali diverse che vengono ad arricchire la nostra.

 

 

Il direttore

Furio Bordon